È morto Rutilio Sermonti: una vita nella trincea dello spirito

L’interesse morboso dei magistrati che l’ha accompagnato fino all’attraversamento della soglia fra la vita e la morte lo considererà probabilmente un titolo di merito di cui fregiarsi in mezzo agli eroi, in qualche Walhalla. Quel che fa rabbia, semmai, è che Rutilio Sermonti, morto nella notte a 94 anni, sia stato disturbato nei suoi ultimi mesi di vita a causa di qualche demente mitomane che contava su di lui per dar visibilità al suo pseudo-ordinovismo da tastiera.

1390523_906297536106980_8381533566904636389_nRoma, 15 giu – L’interesse morboso dei magistrati che l’ha accompagnato fino all’attraversamento della soglia fra la vita e la morte lo considererà probabilmente un titolo di merito di cui fregiarsi in mezzo agli eroi, in qualche Walhalla. Quel che fa rabbia, semmai, è che Rutilio Sermonti, morto nella notte a 94 anni, sia stato disturbato nei suoi ultimi mesi di vita a causa di qualche demente mitomane che contava su di lui per dar visibilità al suo pseudo-ordinovismo da tastiera.

Quando si sta troppo in alto si fa fatica a distinguere forme e dimensioni di chi sta troppo in basso.

L’inchiesta pomposamente denominata “Aquila nera” è stata l’ultima occasione di notorietà per un uomo che ha fatto di tutto nella vita e che pure è dovuto finire ultranovantenne indagato per associazione sovversiva. Non era l’accusa di sovversione a imbarazzare, ma quella di associazione con quattro scemi.

E giù con i titoli di giornale sul grande vecchio dell’eversione nera, intento a tessere trame dalla sua sedia a rotelle. Nel dopoguerra ci provarono anche con Evola e forse, di tutta la vicenda, questo paragone sarà l’unica cosa che avrà fatto piacere a Rutilio.

Nome da nobile romano, Rutilio, come il grande Rutilio Namaziano, ultimo cantore della via romana al divino in un’epoca in cui la luce del mondo antico già veniva affogata nelle acque gelide dell’oscurantismo orientale.

Se non proprio nobili, i Sermonti sono comunque una famiglia decisamente non comune. Rutilio aveva cinque fratelli, di cui almeno due piuttosto noti. C’è Giuseppe, genetista anticonvenzionale, non darwinista (né creazionista) e Vittorio, dantista di chiara famaed ex penna dell’Unità, il cui figlio, Pietro, è diventato famoso come Stanis La Rochelle nella serie Boris.

Tutti artisti, i Sermonti. Rutilio, però, è quello che più di tutti ha voluto fare arte della sua vita stessa. Fascista sin da ragazzino, nel 1942 partecipò da volontario alla Seconda guerra mondiale col grado di sottufficiale. Prese parte alla campagna balcanica e, dopo l’8 settembre, aderì alla Repubblica Sociale Italiana come ufficiale del 3ª Divisione fanteria di marina “San Marco”.

Finita la guerra si laureò in giurisprudenza, ma soprattutto continuò la sua battaglia. Prima iF.A.R. – quelli, appunto, pretesamente eterodiretti dall’Evola in carrozzina – poi ilMovimento Sociale Italiano, dal quale fuoriuscirà nel 1954 per protesta dopo l’insediamento di Arturo Michelini come nuovo segretario.

Prese parte nel 1956 al Centro Studi Ordine Nuovo dove diviene membro del comitato direttivo per poi rientrare nel 1968 nel Movimento Sociale insieme a Pino Rauti. Dopo la svolta di Fiuggi non aderirà ad An, passando dalla Fiamma Tricolore al Fronte nazionale, cercando sempre di essere un punto di riferimento trasversale, un catalizzatore di energie oltre ogni divisione, anche quelle in realtà giustificate da divergenze ideologiche e tattiche profonde, ma comunque incomprensibili nell’occhio sidereo di chi aveva conosciuto le tempeste d’acciaio.

Pittore, ceramista, teorico del corporativismo, ideologo dell’ecologia profonda, critico del consumismo, zoologo, esperto della cultura pellerossa, storico del fascismo, Sermonti è stato quel che si dice un uomo integrale. Un uomo con maestri più profondi, capi più forti, azioni più grandi, prove più dure, spirito più luminoso.

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