E’ morto Hiro Onoda, il soldato che non si arrese mai

Tokyo, 17 gen – E’ morto ieri pomeriggio all’età di 91 anni Hiro Onoda, il soldato giapponese che combattè 30 anni più degli altri la seconda guerra mondiale. Di servizio nell’isola filippina di Lubang dal 1944, Hiro Onoda aveva la consegna di ostacolare l’avanzata nemica e di non arrendersi. A costo della vita.

Nel febbraio del ’45 i giapponesi subirono un attacco che annientò quasi tutte le sue milizie. Quasi. Perché Onoda, Yuichi Akatsu, Shoichi Shimada e Kozuka Kinshichi, si nascosero tra le montagne. Akatsu però, nel 1949, dapprima abbandonò il gruppo di soldati e poco dopo decise spontaneamente di arrendersi. I suoi racconti convinsero la diplomazia nipponica a cercare di far arrendere anche i restanti tre soldati che erano rimasti alla macchia, perciò nel 1952 vennero lanciate da un aereo lettere e foto di famiglia per cercare di convincere i soldati fantasma a cessare le ostilità. Tuttavia la notizia della fine del conflitto non venne presa come attendibile dai tre soldati alla macchia e il gruppetto nipponico finì per considerare falsi quei documenti: Onoda e i suoi compagni rimasero quindi sull’isola continuando la “missione” e combattendo contro gli abitanti dell’isola (non giapponesi), nascosti nella giungla. I tre vissero di furti di viveri e vestiti dei cittadini filippini.

 

Shimada morì nel 1954 in uno scontro a fuoco, Onoda rimase così da solo per altri 20 anni a combattere la “sua guerra”.

 

Si rifiutò sempre di credere che l’esercito nipponico si fosse arreso al nemico, non era possibile che l’Imperatore del Giappone avesse prese una decisione così disonorevole e solamente l’ordine, ricevuto dalla persona del suo ex-comandante, lo convinse a deporre le armi e concludere la sua guerra.

 

La fierezza e la determinazione del soldato Onoda ha ricordato a molti un celebre passo di Spengler:

 

“Siamo nati in questo tempo e dobbiamo percorrere coraggiosamente sino alla fine la via che ci è destinata. E’ dovere tener fermo sulle posizioni perdute, anche se non c’è più speranza né salvezza. Tener fermo come quel soldato romano le cui gambe furono trovate a Pompei davanti ad una porta: egli morì perché quando scoppiò l’eruzione del Vesuvio ci si dimenticò di rilevarlo dal suo posto. Questa è grandezza, questo significa aver razza. Questa onorevole fine è l’unica cosa che non si può togliere all’uomo”.

 

FONTE:[ilprimatonazionale.it]

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