"Safe City", Alpocat non ci sta: «Una palestra può far più di 900 telecamere»

Iniziata la raccolta firme contro il nuovo progetto sicurezza. L'associazione denuncia: «Poco concreto, costoso e inefficace. I cittadini conoscano i rischi»

Un centinaio di nominativi in meno di un'ora e un nutrito capannello di gente attorno al banchetto. Sono questi i risultati più evidenti del primo giorno di raccolta firme indetto dall'Associazione Culturale "Alternativa Popolare" per protestare contro l'attuazione del progetto sicurezza "Safe City". Organizzato nella centralissima Piazza Grimaldi, il sit-in di AlPoCat si è protratto per tutto il pomeriggio di sabato. Obiettivo dichiarato: informare la cittadinanza dei rischi connessi all'ancora non approvato ma già chiacchieratissimo piano di controllo e supervisione del territorio. «Il nostro movimento è molto critico nei confronti di questo progetto - ha affermato Stefano Mellea, portavoce di AlPoCat. - Istallare novecento telecamere non vuol dire controllare il territorio né combattere la criminalità ma solo trasformare la città in un Grande Fratello a cielo aperto. E' per questo che abbiamo deciso di dar vita ad una raccolta firme: vogliamo rendere tangibile e portare all'attenzione del sindaco e del presidente della regione il dissenso della gente e allo stesso tempo informare in maniera limpida i cittadini sul grave rischio che la città sta correndo».  
A far discutere, però, non è solo la questione relativa alla tutela della privacy e alla paventata possibilità di un trasferimento dei dati personali negli archivi dei servizi segreti israeliani: «Altro dato sconcertante riguarda i costi di attivazione. - Aggiunge Mellea - "Safe City" costerà ben 24 milioni di euro, un investimento spropositato e del tutto fuori luogo. A ciò bisogna aggiungere il costo di manutenzione del sistema, gratuito solo per i primi tre anni e stimato attorno ai 300 mila euro annui per gli anni successivi».
L'idea di AlPoCat è che "Safe City" rappresenti un po' uno specchietto per le allodole, poco concreto nella sostanza, costoso e poco efficace. «I filmati verranno cancellati dopo 48 ore, il che rende difficile anche l'utilizzo pratico delle registrazioni da parte degli investigatori. Sarebbe più utile investire questi soldi nella creazione di spazi sociali e di aggregazione per cacciare i giovani dalle strade e indirizzarli verso pratiche sportive e culturali, antidoto privilegiato per il contrasto alla criminalità». A fare da eco alle parole di Mellea ci pensa Vincenzo Marino, militante del movimento: «Il problema della sicurezza non si risolve con le telecamere. Serve una progettualità nuova e di ampio respiro. Bisogna colpire il marcio annidato nei quartieri a sud della città e contemporaneamente promuovere attività di aggregazione. Ogni anno, per esempio, il nostro movimento organizza un torneo di calcetto intitolato alla memoria di Sergio Ramelli, un'occasione per i giovani di cimentarsi con la pratica sportiva e conoscere la storia di un ragazzo ucciso a 18 anni perché impegnato politicamente per la propria comunità e per il proprio quartiere. E' anche attraverso queste manifestazioni o attraverso l'apertura di centri di aggregazione che si articola un processo di contrasto alla criminalità. Una palestra può fare più di novecento telecamere messe insieme e non c'è bisogno di istallare tecnologie militari, di scomodare il mossad e gli assassini del popolo palestinese...».
A chi gli fa notare che anche altri movimenti sono scesi in piazza per manifestare il proprio dissenso contro "Safe City", i ragazzi del movimento rispondono prontamente: «Ben venga. Questa è una battaglia che vogliamo e dobbiamo combattere tutti insieme, al di là degli steccati». Nella giornata di oggi, la raccolta firme si sposterà nel quartiere marinaro: previsto per il pomeriggio un nuovo banchetto informativo a Catanzaro Lido nei pressi del monumento dedicato ai caduti del mare. La prossima settimana, al contrario, nuovo appuntamento in centro. ppuntamento in centro. 

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